Determinanti sociali del disagio psicologico nelle donne

La psicologia di genere rivolge la propria attenzione a come la differenza di genere (VIVERE e ABITARE il mondo come uomo o come donna) incide sui disagi psicologici.

La nostra associazione è formata da psicologhe donne ed è quindi sulle donne e sul loro disagio psicologico che focalizziamo la nostra attenzione.

I disagi psicologici sono spesso trattati in modo “neutro” mettendo in primo piano la diagnosi - il sintomo o il “disturbo”, trascurando che i disagi psicologici si incarnano in Corpi e Vite reali e diverse di uomo e di donna.

Infatti non solo i corpi ma le Vite di uomini e donne non sono uguali. La Vita della maggior parte delle donne è condizionata ancora oggi da un contesto culturale e sociale patriarcale-maschilista che attribuisce loro "valore" per quanto sanno rispondere alle aspettative di ruolo "femminile" richieste dalla società.

la Salute è determinata non solo dallo stato del nostro organismo ma molto dal contesto sociale, economico in cui le persone vivono.

Sappiamo come le disuguaglianze, lo svantaggio sociale, culturale, economico impattano sulla Salute di tutti (uomini e donne) chi è povero si ammala di più e vive di meno – inoltre in questi tempi di sottoinvestimento nella Sanità Pubblica e di conseguente privatizzazione il rischio di non poter accedere alle cure per le persone meno abbienti è sempre più reale. + di 5 milioni di Italiani quest’anno hanno rinunciato alle cure.

E’ quindi indispensabile per la Salute dare priorità alla prevenzione agendo sui determinanti sociali: intervenire sulle diseguaglianze economiche, sociali e culturali ma se queste riguardano entrambi i generi per le donne vi è un ulteriore determinante sociale di salute da considerare: il vivere in una società ancora profondamente permeata da una cultura patriarcale e maschilista (che recentemente sta ricevendo ulteriore incoraggiamento dal questo governo di destra)

Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin si è finalmente incominciato a parlare di patriarcato, di cultura patriarcale, termini che fino a quel momento erano confinati nel dibattito tra femministe.

Ma di cosa parliamo quando diciamo che viviamo all’interno di una cultura patriarcale?

Diciamo intanto che benchè questo mondo capitalista sia tutto teso a enfatizzare l’individuo, la società non è fatta da individui singoli ma dalle relazioni tra le persone. E la relazione prima della società è quella tra uomo e donna e questa relazione non è in salute... xchè non è una relazione tra pari, liberi nella loro differenza, ma un sesso è intimamente costruito in dipendenza, in funzione dell'altro. E questa cultura che tutti - uomini e donne - abbiamo incorporato attribuisce al genere maschile il Valore “in sè” e al femminile valore in quanto capace di tenerezza, accoglienza, sostegno e supporto... per quanto sanno rispondere alle aspettative di ruolo femminile" cosiddetto “naturale”, ossia " in funzione di madre-moglie – erogatrice di cura.

Le donne sono addestrate da tempo a capire gli uomini, a sapere come funzionano, pensano e reagiscono per adattarsi alle loro esigenze o per contrastarle e gli uomini sono abituati a capire le donne in base alla loro funzione di madre-moglie-figlia o corpo sessuale a disposizione, non per quello che una donna è nella sua interezza come altro-da-sé.

Questo atteggiamento proprietario patriarcale è fonte di dolore per uomini e donne perchè è autoreferenziale NEGA LA RELAZIONE e lascia ciascuno nella sua solitudine perché una relazione può esistere solo a partire dal riconoscimento dell’altro come soggetto autonomo, con bisogni e desideri propri, altrimenti non c’è dialogo ma solo un rapporto di potere e il linguaggio del potere è la violenza.

I dati recenti delle Nazioni UNITE (INDICE delle Norme sociali di Genere) che misura stereotipi che impattano negativamente sull’uguaglianza di genere ci dicono che in Italia il 61% della popolazione ha pregiudizi contro le donne e il 45% ha convinzioni che possono condurre a giustificare la violenza fisica, sessuale ed emotiva verso le donne.

C'è quindi Una violenza "invisibile" - simbolica, che nasce da questo contesto culturale.

La VIOLENZA non è solo fisica ha molte facce e bisogna imparare a riconoscerla c’è una violenza psicologica che se non lascia lividi sul corpo ne lascia e di profondi sull’anima.

Le donne che in questi anni si sono rivolte a noi (Sportelli di ascolto) ci hanno portato spessissimo storie di sofferenza nella relazione con il proprio marito/compagno, accompagnate spesso da racconti di “normale violenza quotidiana”, quella di donne che vengono criticate e rese ridicole davanti agli altri, svalutate davanti ai figli, alle quali viene impedito di frequentare familiari o amici tenute all’oscuro delle entrate familiari, cui viene impedito di lavorare.

Come ci rivelano le ormai numerose ricerche sulla violenza domestica sono le donne stesse spesso a non denunciare - neppure a se stesse - questi tipi di violenze, considerandole come un dato di fatto, "normale" nella relazione tra i sessi. La non consapevolezza di queste violenze sottili nelle relazioni porta a somatizzazioni fisiche - il disagio parla nel corpo - con reali disturbi psichici o somatici, spesso entrambi. Infatti le ricerche in merito (Demetra) ci dicono che le donne che subiscono un qualche maltrattamento in famiglia si rivolgono al medico di base da 5 a 6 volte in più delle altre donne.

Questa compressione della donna nel ruolo “in funzione di” è all’origine della depressione strisciante e del senso di inadeguatezza che affligge tante donne che abbiamo incontrato negli sportelli di ascolto e della violenza che le donne fanno a se stesse con l’auto-svalutazione e dà ragione della difficoltà nel riconoscere ed opporsi alla violenza maschile che spesso subiscono all’interno delle proprie famiglie.

Il sommerso è ancora alto. Le donne non denunciano non solo perché non sanno a chi rivolgersi, per sfiducia nelle istituzioni, per paura di non farcela a mantenersi da sole ma anche per il fatto che se la famiglia e il ruolo di madre-moglie è l’unico spazio di esistenza, di legittimazione come donna, riconoscere e denunciare la violenza significa fronteggiare il proprio fallimento: non avercela fatta a tenere la famiglia, sentirsi inadeguata e quindi le vittime prendono su di sé la colpa e la vergogna.

Come dice Lea Melandri, cui siamo debitrici di molti illuminanti insegnamenti:

“Non si esce facilmente da Secoli in cui le donne sono state educate a mettersi in un ruolo subordinato, a dare più attenzione agli altri che a se stesse e questo dà ragione di questa capacità di sopportazione della violenza fisica e psicologica e dei conseguenti disturbi che l’accompagnano. Le donne sopportano la violenza perché supportano questa idea di dedizione d’amore cui sono state consegnate fin da piccole, in famiglia scuola, con l’educazione a questo ruolo.”

Silvano Arieti uno dei maggiori psichiatri del ‘900 ha scritto sulla depressione «Vi è un tipo di personalità associata alla depressione che ha necessità di piacere agli altri e agire secondo le aspettative altrui, non ascolta i propri desideri, non conosce cosa significhi essere sé stesso»

“Queste caratteristiche non sono altro che la trasposizione dei valori della femminilità socialmente condivisi: riferimento costante all’uomo, vita attraverso gli altri e per gli altri, proibizione di esprimere ed affermare sé stessa, di essere aggressiva e di cercare posizioni di potere”

Ma tali tratti pregiudizialmente attribuiti alla donna come “sua natura”, non sono assolutamente “naturali”. La donna è infatti indirizzata ad assumere tali atteggiamenti di passività e “di ascolto degli altri”, attraverso un insieme complesso di stimoli educativi e di addestramento anche precoce (infanzia/adolescenza) alla cura degli altri, con la finalità di raggiungere efficacemente l’adattamento al ruolo materno.

Oggi si parla della depressione come emergenza mondiale (OMS) e come patologia che tra altri 20 anni si situerà al 2° posto nel mondo come principale causa e condizione di disabilità. Le statistiche internazionali e le statistiche nazionali (Istituto Superiore della Sanità) confermano questa tendenza.

La depressione in particolare costituisce la principale causa di disabilità tra le donne di età compresa tra i 15 ed i 44 anni. I disturbi depressivi costituiscono il 41,9% della disabilità da disturbi neuropsichiatrici tra le donne ed il 29,3% tra gli uomini. I disturbi depressivi sono da due a tre volte più frequenti tra le donne. Le diagnosi di disturbo di panico sono tre o quattro volte superiori a quelle ricevute dai maschi. (World Health Report 2000-04 Database)

I fattori di rischio per la depressione si riferiscono ad una condizione di vita che è comune a tutte le donne:

  • Lo stress ed il sovraccarico nella condizione di donna coniugata con figli piccoli, al di sotto dei 14 anni.
  • L'isolamento sociale, nella mancanza di relazioni di confidenza e di supporto, ed in particolare per le donne sposate, nella mancanza di relazione di confidenza con il partner.
  • La mancanza di relazioni e supporti sociali.
  • la bassa auto-stima derivata dalla scarsità di riconoscimenti che le donne patiscono sia nel sociale che nella famiglia.
  • La tendenza alla dipendenza ed alla passività, quale risultante del “farsi carico” dei bisogni dell'altro nella relazione di cura, ascoltando e silenziando i propri bisogni.
  • Gli eventi di vita stressanti, che fanno riferimento soprattutto alla relazione con l'uomo ed all'esercizio del potere maschile (discriminazioni sul lavoro, violenza sessuale, maltrattamento familiare, ecc.).
  • Gli eventi così detti di perdita affettiva (lutti, separazioni, abbandoni, ecc.) che riguardano figure significative della vita relazionale di una donna (un partner, un genito).

Vi è quindi una specifica condizione della vita della donna, contrassegnata da un maggior tributo alla depressione, con il maggior numero di fattori di rischio: ed è la condizione della maternità e del lavoro di cura.

Depressione post-parto è un altro evento che colpisce oltre il 12% delle puerpere e spesso non diagnosticato non riconosciuto dalla Donna stessa e dai familiari proprio per le aspettative sociali di felicità legate alla maternità (ma guarda che bel bambino che hai fatto, cos’hai da essere triste?) la donna quindi si sente in colpa, pensa di dovercela fare da sola e non si legittima pensieri negativi e paure.

Il legame poi tra DEPRESSIONE E VIOLENZA DI GENERE è strettissimo Le donne che hanno subito abusi sono significativamente più soggette a Depressione, a fare uso di sostanze, ad avere un alto tasso di tentativi di suicidio. In seguito a stupro, una donna su tre sviluppa un disturbo depressivo e da stress post-traumatico con sintomi di alterazione nella regolazione degli affetti e degli impulsi (depressione, autodistruttività, abuso di sostanze, coinvolgimento in situazioni pericolose, pensieri di suicidio) nella somatizzazione (sintomi di conversione, ansia, ipervigilanza, sintomi connessi con lo stress, come dolori lombari, cefalea e disturbi gastrointestinali), in alterazioni patologiche della propria identità e delle relazioni (relazioni instabili, incapacità di provare fiducia negli altri, colpa, vergogna.)

E i bambini?

Negli ultimi 10 anni in Italia si contano più di 2000 orfani di femminicidio. e circa 500.000 vittime di violenza assistita (dati dall’osservatorio donne) e questi dati Sono largamente sottostimati xchè solo 3 su 10 arrivano a essere conosciuti e questi sono dati che si riferiscono ai casi emersi - i più gravi di violenza fisica – ma come abbiamo visto c’è una violenza psicologica fatta di parole di “disvalore”, di non rispetto, che non emergerà mai all’attenzione se non cambierà la cultura maschilista che la sorregge.

I danni : Non solo in termini di riproduzione valoriale – culturale del maschilismo ( è attraverso la relazione con i genitori che l’essere umano, maschio o femm., forma le basi dell’uomo o della donna che sarà.. dobbiamo chiederci che uomo e che donna sarà nelle sue relazioni future chi assorbe come ”normale” questa abitudine alla svalutazione, alla critica, alla violenza.) ..ma anche veri e propri danni biologici e cerebrali nei bambini che assistono a violenze fisiche o minacce gravi.

Ritorniamo quindi al punto : la costruzione culturale patriarcale che ingabbia in ruoli definiti uomini e donne danneggia la salute psicologica di tutti

Per gli uomini ;

  • la discriminazione di genere non è un problema solo delle donne: il patriarcato impone codici e stili di comportamento anche ai maschi, divisi tra la necessità di sbarazzarsi dei loro privilegi e l’ essere cresciuti con la pressione di aderire a uno standard di mascolinità, che diventa una vera e propria ansia sociale per gli uomini. L’uomo viene preso fin da bambino e gettato in una rete di rapporti e relazioni “competitive”: deve essere il più bravo, il più forte, quello di più successo, con più donne e denaro, con più potere.
  • Cresciuti con l’immaginario dell’uomo invulnerabile, dominante, anaffettivo e che non deve chiedere mai aiuto, molti si sforzano di nascondere i sintomi depressivi o li manifestano in maniera atipica, rendendo più difficile per le e i professionisti determinare la presenza di un disturbo depressivo, aumentando quindi il rischio suicidario. SE infatti le donne soffrono di depressione più degli uomini , gli uomini hanno un tasso di suicidi 4 volte superiore. Per lo stesso imperativo di (presunta) invulnerabilità, rispetto alle donne sottoutilizzano servizi di assistenza sanitaria preventiva e di salute mentale, convinti erroneamente che a loro non servano. L’aderenza alle norme sociali di maschilità tradizionale aumenta la probabilità in di attuare comportamenti che pongono a rischio la propria (e altrui) salute, come bere alcolici in abbondanza, e ignorare i consigli medici di stili di vita più salutari e usare violenza.

Il problema quindi è che è necessario e urgente un cambiamento culturale profondo che ci faccia davvero archiviare il patriarcato come visione del mondo.

Che fare?

innanzitutto partire da sé (come il femminismo ci insegna) come psicologhe e come donne ci occupiamo di psicologia di genere. penso ci spetti davvero il compito di slegare il disagio depressivo femminile all’interpretazione univoca che tradizionalmente ne attribuisce la causa a fattori intrapsichici o orormonali per ricollocarla all’interno della vita concreta , vissuta da ogni donna nelle relazioni e aiutare le donne a rendersi consapevoli del legame profondo che lega il sentirsi inadeguate , insufficienti, depresse, alla violenza sottile che vivono nella loro quotidianità ma anche impegnarci tutte ad interrogarci su come il femminile sostenga ancora questa visione patriarcale del mondo e come noi donne contribuiamo a mantenere questa cultura. dobbiamo interrogarci per es. o di come educhiamo in modo ruolizzato i nostri figli maschi e femmine o come usiamo espressioni come ” donna con le palle” o “è lei che porta i pantaloni in casa” per indicare una donna assertiva/ o “mammo” per un padre che si dedica all’accudimento dei figli come se entrambi fossero una usurpazione del ruolo “naturale” maschile o femminile .

a livello istituzionale poi : Prevedere servizi di medicina e di psicologia orientati sulle differenze di genere – Formare i medici di base a riconoscere i segnali di violenza (fare le domande giuste / non ricevere in coppia) - servizi di psichiatria adulti dovrebbero prevedere programmi specifici di aiuto e trattamento psicologico in gravidanza e nel post partum e nei CONSULTORI andrebbero previsti specifici programmi di prevenzione della Depressione postparto .

Sul piano delle Leggi : è urgente che vengano previste misure efficaci per sostenere i CAV e le donne che vogliono uscire da relazioni violente ma ancora più urgente è mettere in atto iniziative pubbliche di contrasto alla cultura patriarcale che ci attraversa tutti e tutte ed è il terreno su cui si innesta la violenza.

DI QUESTE MISURE DI PREVENZIONE, di cui tanto si è finalmente parlato dopo il femminicidio CEcchettin, non vi è traccia né un euro nelle misure di questo governo che ha impiegato le risorse – peraltro insufficienti - soprattutto nel potenziamento di misure di Punizione con modifiche al codice di procedura penale. Sull’ondata emotiva seguita al femminicidio Cecchettin la presidente Meloni ha dato incarico al ministro Valditara e Roccella di organizzare in occasione del 25 novembre incontri nelle scuole con vittime o familiari di vittime di violenza. Ancora una proposta di tipo estemporaneo che non incide sul fenomeno ma che forse vuole dare l’idea di un governo che interviene rapidamente.

Mentre per invertire il processo che conduce alla violenza si tratta di scardinare questa gabbia culturale, di avviare relazioni e processi educativi (fin dalle scuole materne ma anche con gli adulti ) che ci allenino a passare dalle gabbie dei ruoli di genere ( le donne sono così, gli uomini sono cosà) all'ascolto di ogni individualità, maschio o femmina che sia, ripartire dalla singolarità di ogni essere.

Il contrario del patriarcato non è il matriarcato ma una società che ha cura delle relazioni e del rispetto delle differenze.

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